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Leggo questi tweet domenica mattina, mentre aspetto la materializzazione nella nebbia milanese dei miei compagni d’avventura, anche loro alla prima volta come me.Si va a Fornovo di Taro, dove da dieci anni si tiene una delle manifestazioni più naif del mondo del vino, caratterizzata dalla presenza pressoché totale di esponenti di quello definito vinoverista.
Ma poi perché andare a Fornovo per una manifestazione che dopotutto si svolge in una tensostruttura, ha gli spazi ridottissimi, dei grossi secchi riciclati (quelli delle pitture murali) come sputacchiere ed è nota per i suoi mini-bicchieri praticamente da chupito? Perché, come tuittava Dan Lerner, l’anima di Fornovo è unica. Si parla, e tanto, con i produttori, gli amici, gli avventori. Si assaggia, e molto, non vini “facili”, anzi certe volte sembra di essere in bici, ed in affanno, come sul Col de Joux Plane, tanto sono estreme le proposte. Si sorride, e con tutti, che la passione per il vino unisce.
Bella manifestazione.Nessun vigneron ti dice che il suo vino è il migliore, il più buono, il più sano.Nessuno parla di viniveri, non senti da nessuna parte pronunciare bioquesto o bioquello, però senti il calore della gente vera, per capirci.Eppoi c’è il pubblico.Domenicale, curioso, numeroso il giusto, che forse definisce senza tanti sofismi questi vini come “quelli che non fanno venire mal di testa”.I vini fatti bene, dopotutto.
