Io Jonathan Nossiter non l’ho mai conosciuto. Mondovino neanche l’ho visto, eppure è lì sullo scaffale da anni. Sarà che i film-reportage-denuncia mi sono sempre piaciuti poco:troppo spesso sparano nel mucchio, generalizzano, semplificano troppo e fanno storcere il naso agli appassionati del settore preso di mira. E non nego che un filo di verità ci sia, ma troppo spesso si racconta di cose già chiacchierate o si presentano, con costrutti degni della Santa Inquisizione, opinabili visioni che tengono conto solo in parte della realtà.
E qui parliamo di un appassionato, di quelli veri, che, come spesso accade, parlano di chimica con la pancia portando avanti la solita tiritera naturale=buono/chimico=cattivo. Usando parole forti (tossici dice, avete letto?), come se poi il rame facesse bene a terra e piante. Ma il Nostro si farebbe tagliare un braccio per i vini naturali, tanto da essere definito da chi lo conosce e frequenta, come un vero e proprio “manicheo”.
E vabbene, anch’io, e quei 4 affezionati amici che hanno la pazienza di passare ogni giorno da queste parti per vedere se c’è qualcosa di nuovo lo sanno, mi sono appassionato da tempo ai vini fatti bene. Sì, mi piace definirli così, perché l’aceto fatto passare per naturale non lo sopporto affatto e, come mi accade ormai da tempo, quando sento parlare delle esasperazioni filosofiche (leggi biodinamica®) l’unico effetto che noto è che mi sale (ulteriormente) il livello di colesterolo.
Già, i vini fatti bene, a mio gusto, s’intende. Sono cresciuto con Pupo, ma poi ho scoperto che nei Delirium c’era Ivano Fossati, ad esempio. Le radio libere, RaiStereoNotte, l’amico più grande che andava ai concerti. Di pari passo cibo e vino, Veronelli la domenica in tv, papà con i suoi imbevibili vini del contadino, lo zio milanese che portava le bottiglie etichettate e poi il www, che, dopo anni, ha risvegliato in me livelli di curiosità che avevo dimenticato.Nel tempo mi son sentito chiamare fissato, malato ed infine talebano. Col tempo mi son reso conto che noi enostrippati (eh, l’avevo dimenticato) eravamo davvero pochi ed avevamo anche il vizietto di parlarci addosso, ovvero eravamo sempre gli stessi, una piccola, piccolissima parte del tutto.
Ecco perché quando sento parlare di carte dei vini senza personalità (so di cosa parlo, che vivo a Milano), monotematicamente affidate ai nomi grandi, insomma quelli sicuri, dai grandi numeri per capirci, ma riconoscibili dalla maggioranza dei serali e distratti utenti che bazzicano i ristoranti, oppure sento di mescite discretamente affollate dove lo schema di servizio prevede la classica domanda “bianco o rosso?” e si completa con un calice servito con il solo nome del vitigno (quando va bene), non mi scandalizzo. Semplicemente cambio posto, loro hanno ragione ed io pure. Perché poi la lista che propone vini alternativi, sconosciuti ai più, costa fatica al gestore, che deve proporli con attenzione, cura, dosando e frenando le proprie convinzioni, le proprie passioni, mentre è evidentemente più semplice proporre cose normali caratterizzate anche da un buon prezzo.

